Lilith, spirito della notte: tra mito e leggenda

Tra astrologia, teologia e fantasia: Lilith
Colei che rifiutò di assecondare le regole, colei che respinse il ruolo di amante, di moglie (forse sacrificata), colei che ignara di quello che sarebbe accaduto, nella sua voglia di non assecondare la convenzione, fu tacciata di tradimento, fu offesa, fu cacciata. Considerata un essere ignobile, poco degno, allontanata da tutti e tutto, vagò senza meta nella vana speranza che il suo presente migliorasse.
Lilith, a parte le metafore e le allegorie con cui è stato pensato il nome  di fantasia dell’etichetta dei vini di Maurizio Marconi, è un blend di pecorinoe verdicchio. Un vino giovane, sbarazzino, moderno. Uno spettro visivo lucente, fulgido, vivace, con delle tonalità molto accattivanti. Il vino dei millenials, da aperitivo ma non troppo. Capace di sapersi adattare anche a qualche antipasto più impegnativo. Il messaggio importante che si riceve è che dietro la semplicità di un’etichetta, c’è un lavoro produttivo molto importante, che ha messo a frutto la sua esperienza ed il suo zelo, unito alle giovani e determinate donne di cui si circonda, per proporre un blend interessante.
Il vino ha un colore vivace, profumi che esaltano la voglia di primavera, freschi, a volte pungenti, a volte morbidi. Mandorle fresche, mallo di noce, fiori bianchi, sentori citrici, erbe sfalciate, insomma freschezza. Un buona acidità, un tocco di sapidità, ma soprattutto un alcolicità contenuta che consegna a questo vino il tocco finle di gioventù. E’ un vino da consumare con un buon aperitivo a base di pesce in spiaggia, con gli amici, un falò e una chitarra. Il mare mosso ed il vento che accompagna i dolci boccoli di Lilith verso il suo presente migliore.
www.marconivini.it
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Deserto, nuova nascita, nuova vita

De Serere, Verdicchio dei Castelli di Jesi
Il deserto è un luogo desolato, spopolato, disabitato. In latino desertum deriva dal verbo deserere che significa abbandonare. Deserere, a sua volta, è composto da de, con valore negativo, e serere (legare) quindi non più legato.
La perdita di un legame non ha necessariamente un’accezione negativa. Può essere, per inciso, considerato anche come una perdita di un contatto. Il bimbo che inizia a camminare, non avrà più bisogno del contatto con il suo genitore per stare in piedi. La farfalla che lascia il suo baco è l’esempio del “deserere” dall’accezione positiva e dall’enfasi di “nuova nascita” che vorremmo far rimanere impresso nella mente del lettore. Inoltre ogni deserto, inteso come ecosistema, ha il suo particolare fascino: il deserto del Sahara, le sue dune; il Deserto del Mojave, i suoi nativi; il deserto di Acatama, i suoi fiori caratteristici. Insomma, la parola deserto non riconduce solamente alla desolazione; tutt’altro la sua particolarità enfatizza (quasi in termini roussoniani) trovare nuova vita, nuovo equilibrio.
L’etichetta in degustazione è la nostra nuova vita. Un verdicchio dei Castelli di Jesi classico superiore del 2016. Il verdicchio è il vitigno più rappresentativo della Regione Marche. Un vitigno che ha delle caratteristiche inconfondibili che, come nelle cantine che fanno il vino dall’uva, riesce a dare dei risultati ottimi ma variabili da bottiglia a bottiglia. Mineralità sapidità, una leggera punta salina sono le caratteristiche principali che emergono dalla degustazione di un’etichetta dell’azienda di famiglia Socci. La caratteristica che vogliamo anche evidenziare è la presenza del tappo di vetro (già descritto in altre degustazioni – ndr).
Benchè il famigerato vitigno sia il principe incontrastato di queste terre, esso non ha la spocchia tipica degli ambienti nobiliari. Il vino che da esso ne deriva è un vino della famiglia. Ed è proprio questo il senso che Pierluigi ha voluto trasmettere al consumatore. Il vino è prodotto da una famiglia di vignaioli per le nostre famiglie. E’ un vino versatile, “alla mano”, proprio come la famiglia Socci, inconfondibile, pratica ed essenziale.
http://www.verdicchio.it/it/vini/deserto.html
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Castelplanio, dalla storia napoleonica ai vini della famiglia Socci

La criomacerazione del verdicchio
Prodotto in pochissimi esemplari, questo vino con il tappo di vetro è un esperimento di criomacerazione delle uve verdicchio. Siamo nei tenimenti della famiglia Socci a ridosso dell’Esino, una famosa zona vitivinicola nella zona settentrionale delle Marche.
La zona del Metauro è terreno florido per la viticoltura. La conferma è il lungo sentore gustativo che trionfa nel calice di degustazione del vino “Marika”. Questo vino, offre degli spunti di riflessione molto originali; sia per quanto riguarda la tecnica di produzione, sia per il metodo di incapsulamento della bottiglia.
La criomacerazione è un processo chimico-fisico che aumenta in maniera considerevole il ventaglio olfattivo del vino. Le uve, prima della lavorazione, vengono portate a temperature molto basse prima della successiva pigiatura. Le basse temperature fissano quei composti volatili presenti all’interno delle bucce che conferiscono al vino aromi particolari e interessanti.
Il tappo in vetro è un metodo di imbottigliamento che veniva utilizzato prevalentemente in Piemonte, tant’è che l’albeisa (la bottiglia di Barolo e Barbaresco) è predisposta per questo tipo di tappo. Il tappo è elegante, fine, consente di presentare una bottiglia della tradizione vitivinicola piemontese in una regione diversa da quella dove ha visto i natali.
La consistenza al palato è particolarmente vellutata. L’abbinamento “tradizionale” ci consente di introdurre un evento storico della regione. Il piatto in abbinamento è il “vincisgrassi”, una sfoglia di pasta all’uovo che ricorda le lasagne emiliane. Il nome di questo piatto è onomatopeico: deriva dalla pronuncia italiana del cognome di un generale austriaco che liberò queste terre dalla dominazione Napoleonica (Alfred von Windisch-Graetz). read more