Marasco Archetipo, antico autoctono di Puglia

Maresco come il mito di Atlantide
Platone spiegava le sue idee politiche facendo riferimento ad una leggendaria isola, Atlantide, sprofondata per opera degli Dei negli abissi. Il suo popolo era arcigno e guerrafondaio. La sua collocazione fisica era strategica: al centro dell’Oceano Atlantico.

La valle d’Itria, zona fertile alluvionale, un tempo bacino idrico imponente, sembra abbia dato i natali a questo inconsueto e raro vitigno. Il Maresco come Atlantide fa la sua comparsa qui per discernere sui fasti vitivinicoli di questo territorio. Questa zona, crocevia dei più importanti vignaioli dei secoli scorsi, ha rivalutato il vitigno. Sono ancora poche le aziende che lo vinificano e, rare, quelle che lo fanno in purezza.
Il Brut nature in degustazione è ottenuto con rifermentazione in autoclave e affinamento in vasche di acciaio. Per le sue caratteristiche il vitigno conferisce al vino una acidità penetrante e pungente. Questa caratteristica di pungenza dona al vino una curiosa speziatura.
Abbiamo abbinato il vino ad una preparazione di polpo consumato come antipasto. La sua freschezza quasi “piccante” riesce a dare un tocco di giovanile a questo antico vitigno. Atlantide e Maresco hanno qualcosa in comune: il loro mito racconta la storia di una terra che fu, con un semplice pretesto, crocevia di accadimenti storici. Oggi, come allora, il ritorno al passato vitivinicolo, è oggetto di ampie discussioni di settore.
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Rosè per festeggiare la Stipula

Un metodo classico di Aglianico
Torniamo nella zona del vulture, più esattamente a Rionero in Vulture (PZ). Siamo nelle Cantine del Notaio (lo si evince dalla nota consonanza con i nomi delle etichette). Il dott. Giuratrabocchetti, ospite illustre della nostra recensione, racconta la produzione di questo vino, partendo dalla raccolta manuale delle uve, fino all’assemblaggio con cuvèe della stessa annata, preceduto da un brevissimo passaggio in barrique. Nella patria dell’aglianico c’è una vinificazione romantica per palati fini: un brut rosè millesimato del 2011 in degustazione.
L’abbinamento è un classico del genere: una spigola al cartoccio con prezzemolo e limone per evitare l’essicazione delle carni durante la cottura. Il vino si presenta con una colorazione rosa antico (tenue) leggeremente fuori scala secondo i canoni convenzionali. L’impatto olfattivo è quello tipico del metodo classico: crosta di pane e lievito fresco sprigionato da una spuma densa nella fase di mescita, seguita da una grana fine, persistente e numerosa per quanto riguarda il perlage.
La complessità olfattiva è contornata, da questo breve –  seppur utile – passaggio in barrique. Acidità e sapidità sono nella norma; la vinificazione in rosato rende la percezione olfattiva curiosa: il vitigno lascia un velo di speziatura che anche un palato poco allenato percepisce facilmente. E’ una bottiglia del 2011 che dopo quasi 6 anni dal momento della vendemmia riesce a raccontare ancora qualche sua potenzialità.
In  una delle città d’Italia dove l’evangelista Marco è il santo patrono e dove il medesimo è anche casualmente protettore dei notai, non potevamo fare esperienza migliore in una cantina dove il rispetto e la devozione per le tradizioni sono una pietra miliare per una produzione eletta come eccellenza della Lucania e del meridione di Italia.
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