Lubaco di Terracruda

Il sontuoso aleatico delle Marche

Continuiamo il nostro viaggio tra le eccellenze enologiche d’Italia con un vino proveniente dal pesarese. La Cantina Terracruda ci presenta un’etichetta prodotta dal vitigno Aleatico (meglio conosciuta da queste parti come Pergola).
Oggi torniamo in un’azienda a noi già nota, Cantina Terracruda di Luca Avenanti per assaggiare un vino legato alla tradizione territoriale di un regione vitivinicola fucina di ricche meraviglie enoiche.
Nella antica città di Pergola il vitigno omonimo rappresentava un progenitore dell’attuale Aleatico. Il vitigno è ecclettico, tanto che la sua coltivazione oltre a risalire al tempo degli Etruschi, è versatile per qualsiasi latitudine. Questo lo rende particolarmente resistente a qualsiasi condizione climatica; tuttavia, esprime le sue migliori caratteristiche solo in detrminate zone ed in condizioni particolarmente favorevoli della nostra penisola. L’ambiente pedoclimatico dei terreni di proprietà della cantina di oggi, garantisce degli standard qualitativi molto elevati utili ad ottenere un prodotto riconosciuto e blasonato nelle migliori fiere internazionali.
Al calice si presenta un colore rosso vivido che vira, con determinate tonalità di luce, quasi al blu; la sua consistenza è meravigliosa, ma ciò che sorprende in maniera preponderante è l’aromaticità che sprigiona durante l’esame olfattivo. Una lunga persistenza speziata, tostata, con punte arrotondate di un’aromaticità infinità. Veli imponenti di frutta matura e fiori rossi accarezzano le pareti del nostro calice.
In bocca ci sono emozioni fortemente fruttate e floreali; intorno si aggomitolano speziature nette, lunghe, decise, quasi tostate con sentori caldi ed estrosi. Un vortice di sensazioni ed una strabiliante lunghezza per un’etichetta abbinata ad un piatto di cacciagione che ne esalta le doti.
Terracruda è un’azienda blasonata che enfatizza il carattere ampelografico locale e cerca di valorizzare il territorio nostrano per l’internazionalizzazione del Made in Italy. read more

Lilith, spirito della notte: tra mito e leggenda

Tra astrologia, teologia e fantasia: Lilith
Colei che rifiutò di assecondare le regole, colei che respinse il ruolo di amante, di moglie (forse sacrificata), colei che ignara di quello che sarebbe accaduto, nella sua voglia di non assecondare la convenzione, fu tacciata di tradimento, fu offesa, fu cacciata. Considerata un essere ignobile, poco degno, allontanata da tutti e tutto, vagò senza meta nella vana speranza che il suo presente migliorasse.
Lilith, a parte le metafore e le allegorie con cui è stato pensato il nome  di fantasia dell’etichetta dei vini di Maurizio Marconi, è un blend di pecorinoe verdicchio. Un vino giovane, sbarazzino, moderno. Uno spettro visivo lucente, fulgido, vivace, con delle tonalità molto accattivanti. Il vino dei millenials, da aperitivo ma non troppo. Capace di sapersi adattare anche a qualche antipasto più impegnativo. Il messaggio importante che si riceve è che dietro la semplicità di un’etichetta, c’è un lavoro produttivo molto importante, che ha messo a frutto la sua esperienza ed il suo zelo, unito alle giovani e determinate donne di cui si circonda, per proporre un blend interessante.
Il vino ha un colore vivace, profumi che esaltano la voglia di primavera, freschi, a volte pungenti, a volte morbidi. Mandorle fresche, mallo di noce, fiori bianchi, sentori citrici, erbe sfalciate, insomma freschezza. Un buona acidità, un tocco di sapidità, ma soprattutto un alcolicità contenuta che consegna a questo vino il tocco finle di gioventù. E’ un vino da consumare con un buon aperitivo a base di pesce in spiaggia, con gli amici, un falò e una chitarra. Il mare mosso ed il vento che accompagna i dolci boccoli di Lilith verso il suo presente migliore.
www.marconivini.it
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E’ stata una “dolce attesa”: la nostra Nona Luna è arrivata

Il mistero della nascita di un blend emozionale
Che lo stato interessante di una donna, nei tempi antichi, fosse una fase misteriosa della vita, sembra una frase apparentemente lontana anni luce dalla nostra quotidianità. Tuttavia, solo qualche decennio fa sono state apportate innovazioni tecnologiche, cliniche, mediche tali per cui è possibile monitorare questa fase evolutiva del genere umano e più in particolare del mondo femminile.
“Mia nonna avrebbe contato le Lune” – in questo modo avrebbe potuto fare i calcoli sulla nascita del bimbo in grembo. Come nelle migliori favole dei fratelli Grimm, la nona Luna rappresentò la rinascita dopo una delusione; il Sole che torna a sciogliere i geli dell’inverno; il fiore che sboccia rigoglioso tra le verdi foglie; ed inoltre, il nostro bimbo che entra a far parte della famiglia.
La “Luna” che presentiamo oggi è il frutto di un blend che dedichiamo alle donne – soprattutto alle donne (e ce ne sono tante) che lavorano nella Cantina Marconi. Un blend assolutamente meraviglioso. Innovativo, emozionale, carico di ottime potenzialità. Una scoperta meravigliosa nel panorama enologico italiano. Una produzione seria composta al 50% da un vitigno autoctono marchigiano (la Lacrima) ed un vitigno bordolese che sta tornando alla carica dopo i fasti di metà secolo XX (il petit verdot).
Un vino austero, rotondo e complesso nelle sue “quattro dimensioni”: perchè il tempo non lo scalfisce, bensì può solo migliorarlo. Astringenti speziature si erigono a dominare quelle vellutate alcolicità. Un sinuoso effluvio di profumi, diretti ed indiretti, si innalzano per amalgamarsi alla condizione emozionale del degustatore. La direzione è chiara, la strada è ben definita, ma che importa se non si arriva a destinazione in poco tempo: qui non abbiamo fretta, perciò cerchiamo di fare “il giro largo”.
A conferma che questo è un gran vino esplicitiamo che il punteggio finle potrebbe essere più alto. La ragione è che secondo i nostri palati il vino è giovane. La bottiglia del 2013 potrebbe essere ulteriormente affinata per altri 3-5 anni per poter trarre da essa il migliori risultato.
Un’etichetta dedicata alle donne, al loro potenziale, alle loro infinite qualità, proprio come le donne che quotidianamente portato avanti il nome di questa azienda marchigiana: Vini Marconi.

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Primodelia, il tannino morbido dei Sibillini

Tra torri, vigne, sogni di rinascita e rivincita
Ad un anno dal tragico terremoto dell’entroterra marchigiano, laziale, umbro, il popolo di questa terra è arrabbiato. Promesse dal Governo, visite in pompa magna, raccolte fondi quasi mai distribuite, il popolo marchigiano ha senz’altro il dente avvelenato verso chi ha garantito di impegnarsi.
Interi edifici puntellati si riconoscono sull’orizzonte collinare delle vigne che ci ospitano. Il mormorio mattutino della natura è un sollievo di fronte alla catastrofe. Chi è riuscito a incamminarsi verso una delle salite più ardue della vita, con una casa distrutta e con il dolore di aver perso i propri cari, lo fa con gli sforzi delle sue sole spalle. La necessaria volontà di sopravvivere combatte l’abbandono istituzionale a cui, oggigiorno, gli italiani sono spesso obbligati a subire.
Torniamo in cantina con un po’ di tristezza nel cuore. Ci avviciniamo al banco di degustazione di un vino riconosciuto negli anni come un’etichetta opulente. Un vino famoso per il tannino. L’uvaggio di 5 vitigni è formidabile. Un segreto di famiglia che so tramanda da generazioni. Vera privacy commerciale che neanche i nonni, Primo e Delia, avrebbero svelato. Il colore è molto carico; inoltre, il campione si presenta molto corposo alla consistenza, quasi vellutato sulla superficie del vetro.
Aggiungiamo alla nostra degustazione qualche osservazione sull’aspetto olfattivo e gusto-olfattivo. Il vino si presenta con sentori particolarmente fruttati, tuttavia le caratteristiche maggiori le esprime in fase di assaggio del campione. Il tannino è particolarmente setoso, la morbidezza accurata e delicata apre la strada ad una persistenza lunga. Si avvertono delle note speziate dovuto all’affinamento in barrique. Ma quello che rimane impresso anche dopo aver atteso le note retronasali, è la sua morbidezza: un velluto sulla lingua.
Primo e Delia hanno lasciato in eredità una ricetta che rappresenta la carta vincente delle cantine Centanni. Il cuore e la passione per questa terra riesce ad emergere con orgoglio dietro le tenebre degli ultimi accadimenti. Questo vino è la sintesi di ottimi sentimenti verso le proprie radici e la natura che ci ospita.

PrimoDelia


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Con un colpo di Codazzo, la qualità è servita

La Vernaccia di Pergola ottima espressione della qualità locale
Siamo di fronte ad un calice innovativo nella sua tradizione più spiccata. Codazzo di Terracruda è un vino che riscopre le vecchie tradizioni della casa vinicola di Fratterosa. Ciò che lo rende particolarmente curioso alla vista dei più arguti amanti del buon bere è il suo colore. Un rosa quasi chiaretto un po’ fuori scala seguendo la metodologia AIS, ma che ricorda vagamente uve dai pigmenti preponderanti. La macerazione è breve, ciononostante la sua particolarità è il carico luminoso quasi simile a quello di tramonto; un colore di buon auspicio.
Alla beva si presenta particolarmente allegro, una sirena dei mari che ccompagnarono Ulisse nel lungo viaggio verso Itaca. Noi ci facciamo ammaliare volentieri da quel suo sentore suadente, vivace, quasi piccante, mai velleitario. Le botti di acciaio dove avviene la fermentazione ed il successivo affinamento riescono a conferire ed esaltare quel vivido della frutta di stagione, anche autunnale: la traccia agrumata è inconfondibile. Le colline dove le viti riposano durante il periodo invernale, lasciano presagire ad un ventaglio olfattivo molto ben definito e variegato; così l’aleatico, qui chiamato vernaccia di pergola, riesce ad emozionare fino a spingersi ad accostamenti culinari sbarazzini.
Non abbiamo saputo resistere alla bontà di un cacio e pepe, semplice ma dal velato “friccicore” delle spezie e del pecorino locale con cagliata mista. Quella punta di piacevole piccantezza unita al sapore di un vino di casa molto ammaliante e giovane ci ha saputo conquistare: così fu, anche per noi, Itaca.
http://www.terracruda.it/codazzo-pergola-doc-rosato/
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Il Trionfo di Flora

Montefiore dell’Aso e la cantina Centanni: tradizioni e modernità
Un dipinto della scuola Fontainebleu ritrae la Dea Flora accostata per terra in tutta la sua leggiadria con in mano un mazzo di fiori rigoglioso e con i suoi angeli custodi intorno che le mostrano i frutti e i fiori del loro raccolto. Flora era una Dea molto importante per i Romani; sin dall’epoca di Romolo, ella fu introdotta nei sacelli romani affinchè fosse venerata dalla popolazione. Ricordata da molti sommi poeti come Ovidio, Lattanzio, ella era anche molto rinomata al di fuori delle mura romane.
Flora fu considerata dai popoli italici una ministra di Cerere. Questo stretto legame con l’agricoltura del tempo la face diventare una sorta di protettrice, tanto che le popolazioni indigene dell’epoca solevano rivolgersi a lei per auspicare il miglior raccolto di sempre per quell’annata.
Montefiore dell’Aso è un Comune in provincia di Ascoli Piceno che conosce bene questa dea. Sin dall’antichità si dice che ci sia un vero e proprio culto della Dea da parte degli agricoltori locali del posto. Montefiore nasce sui rilievi che si erigono alle spalle di Ascoli. La cantina Centanni forte della sua tradizione e produttrice di ottimi “vini di famiglia” (come amano definirli i proprietari) è legata imprescindibilmente alla Dea di Montefiore; la qualità dei suoi prodotti oltre al frutto ed alla fatica dei maestri vignaioli della cantina in degustazione, possiede l’aura protettrice della Dea del posto.
Il Pecorino di Offida Docg in degustazione è un ottimo vino da accompagnare a piatti freschi di pesce. Il calice offre spunti gusto-olfattivi molto caratteristici del vitigno autoctono. Il suo giallo paglierino unito alla sua finezza olfattiva richiama molto dei sentori freschi di un giardino con alberi e fiori nel pieno della loro fioritura. Un vino bianco con una tenace struttura ed una robusta alcolicità. Inoltre, a conferma del fatto che nelle Marche si sta rispolverando la vecchia cultura piemontese del tappo di vetro, anche la bottiglia in degustazione presenta il tappo di vetro che un tempo caratterizzava l’albeisa.
Flora sta ad Ascoli, come il Pecorino di Offida alle Marche. Territorio, tradizioni e duro lavoro della famiglia Centanni che rispecchia e risponde ottimamente e con modernità alla continua evoluzione dei consumatori senza tralasciare le radici del nostro territorio.

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Castelplanio, dalla storia napoleonica ai vini della famiglia Socci

La criomacerazione del verdicchio
Prodotto in pochissimi esemplari, questo vino con il tappo di vetro è un esperimento di criomacerazione delle uve verdicchio. Siamo nei tenimenti della famiglia Socci a ridosso dell’Esino, una famosa zona vitivinicola nella zona settentrionale delle Marche.
La zona del Metauro è terreno florido per la viticoltura. La conferma è il lungo sentore gustativo che trionfa nel calice di degustazione del vino “Marika”. Questo vino, offre degli spunti di riflessione molto originali; sia per quanto riguarda la tecnica di produzione, sia per il metodo di incapsulamento della bottiglia.
La criomacerazione è un processo chimico-fisico che aumenta in maniera considerevole il ventaglio olfattivo del vino. Le uve, prima della lavorazione, vengono portate a temperature molto basse prima della successiva pigiatura. Le basse temperature fissano quei composti volatili presenti all’interno delle bucce che conferiscono al vino aromi particolari e interessanti.
Il tappo in vetro è un metodo di imbottigliamento che veniva utilizzato prevalentemente in Piemonte, tant’è che l’albeisa (la bottiglia di Barolo e Barbaresco) è predisposta per questo tipo di tappo. Il tappo è elegante, fine, consente di presentare una bottiglia della tradizione vitivinicola piemontese in una regione diversa da quella dove ha visto i natali.
La consistenza al palato è particolarmente vellutata. L’abbinamento “tradizionale” ci consente di introdurre un evento storico della regione. Il piatto in abbinamento è il “vincisgrassi”, una sfoglia di pasta all’uovo che ricorda le lasagne emiliane. Il nome di questo piatto è onomatopeico: deriva dalla pronuncia italiana del cognome di un generale austriaco che liberò queste terre dalla dominazione Napoleonica (Alfred von Windisch-Graetz). read more

Terracruda, sui pendii mataurensi di Urbino

Tra Cesano e Metauro, il Bianchello della Ravignana
Tra sostenibilità, innovazione tecnologica e riscoperta di antichi vitigni, troviamo la Cantina di Terracruda nel comune di Fratte Rosa (PU). Alle pendici dell’appenino marchigiano, dove i rilievi collinari favoriscono l’arricchimento olfattivo delle uve, i vigneti di proprietà della cantina sono stati valorizzati con una filosofia proiettata al futuro, senza perdere di vista la storia che alimenta i ricordi del popolo di questa meravigliosa terra.
Campodarchi è un vino emozionale. Un Bianchello del Metauro, clone antico del più famoso Trebbiano, che rientra fra quei vitigni che regalano vini di una persistenza rigogliosa; con un bouquet intenso, carico, fine. Un vino che al naso risulta singolare. La complessità vivace dei suoi odori, carichi nell’intensità, evocano ricordi di tempi ormai passati. D’altronde questa è la terra delle dure battaglie storiche dei Cartaginesi in Italia; si narra che il Bianchello fu il vero artefice della vittoria italiana.
Il nostro produttore, Luca Avenanti, cerca quotidianamente di fronteggiare l’avanzata delle multinazionali con i suoi prodotti.  I consumatori più attenti, assuefatti dal vino cosiddetto “solito noto”, vengono spinti verso confini nuovi, quelli veraci del Made in Italy. L’azienda sta seguendo il percorso del biologico, oltre a quello più ambizioso che riguarda la sostenibilità del processo produttivo che ha l’obiettivo di limitare l’uso di risorse energetiche tradizionali, per dare spazio a quelle di origine rinnovabile. Un’azienda che merita di entrare nell’elitè delle produzioni vitivinicole più importanti di Italia.
Il vino in degustazione l’abbiamo abbinato ad un piatto particolarmente speziato e da un gusto forte. L’intento è stato quello di mettere alla prova il vino, perchè uesto vino merita di giocare da fuoriclasse nelle partite importanti. Egli, infatti come i grandi campioni, è stato decisivo. Nella scheda tecnica di degustazione troverete tutti i dettagli.
http://www.terracruda.it/campodarchi-bianchello-del-metauro-doc-superiore/
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“Brecce rosse” per gli amanti delle particolarità

Un entusiasmante viaggio nelle Marche

Accolto da un sorriso contagioso della signora Franca Malavolta, proprietaria dell’azienda agricola Colleluce di Serrapetrona, mi sono imbattuto in questo fantastico prodotto delle terre marchigiane. Una vera perla del centro Italia.
Il rispetto della natura, la passione, la grinta, l’attaccamento ai sani principi naturali uniti alla dedizione ed impegno verso la terra, hanno dato vita ad un vino proveniente da un vitigno autoctono, la vernaccia nera.
Brecce rosse è un vino avvolgente e pungente, come un vero marchigiano, accogliente e schietto con il prossimo. Il passaggio in barrique affina e smussa gli angoli di “schiettezza” a volte esuberante di un vitigno riscoperto da pochi anni, ma che ha fatto passi da gigante fra i colossi dell’enologia. Insomma, questo è il buon bere.
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