Passito per la nostra Immacolata

Gravisano, la Malvasia di Botromagno
Per la nostra Immacolata ci siamo fatti un gradito regalo. Le feste incalzano, l’aria natalizia, il calore della famiglia, e soprattutto i dolci tipici della tradizione pugliese. Dalla pasta di mandorle ai più tradizionali dolci mielosi, nonchè ai panettoni e pancotti ormai tipici della tradizione più locale, il dolce italiano e pugliese, in questi giorni, inizierà ad accompagnare le libagioni salate sulle tavolate pre-natalizie. Iniziamo dal giorno dell’Immacolata concezione. Giornata del dogma cattolico, proclamato tale dal Pio IX nel lontano 1854, viene associata nel mondo dell’enogastronomia a quella che sfoggia le migliori tradizioni culinarie del nostro bel Paese. Qui elenchiamo, tra le varie Regioni, le pietanze più conosciute: Pettole e pucce, pan tarallo, muffuletta, pasticcio di cipolle, sfincione, torroni e panettoni vari e la lista si potrebbe allungare a dismisura.
Il passito in degustazione l’abbiamo abbinato ad un piatto tipico dolce pugliese che nella sua menzione dialettale, potrebbe aprire un dibattito sulle varie sfaccettature etimologiche e lessicali suddivise per provenienza: “i purcidd”. Molto simili agli strufoli napoletani (non me ne vogliano i pugliesi, ma è necessario un paragone per favorire la comprensione al lettore alloctono), i purcidd sono fatti come i taralli, con una forma a cavatello e poi immersi nel miele. La loro caratteristica è che vanno mangiati con le mani per poi – come da tradizione – leccarsi i polpastrelli unti di miele residuo. Quale miglior occasione per abbinare un Passito di Malvasia della Cantina Botromagno di Gravina di Puglia (BA) come ottimo edulcorante al già ben noto piatto della tradizione.
Il passito si presenta con una colorazione di arancia candita. Note spiccatamente agrumate vengono rilasciate dal calice. La temperatura di servizio lascia infondere nell’aria ottimi spunti aromatici tipici del vitigno vinificato dopo una buona sovramaturazione. Morbido, giovane, vivace, insomma una sorprea, perchè la bottiglia risale alla vendemmia del 2008. E’ un vino versatile, presentato in una inconsueta quanto originale bottiglia, più tipica per i Rum centro-americani. Come si sa la famiglia D’Agostino è lungimirante, guarda e osserva oltre, anche i confini di quella che si chiama la qualità di un vino eccezionale nel suo equilibrio. Le punte acide fanno da ottimo contraltare alle sue morbidezze; la gratificazione del palato è eccellente. Siamo solo all’Immacolata, le feste sono lunghe, e noi ben felici di poter rimanere in compagnia di questa splendida bottiglia di Gravisano.
Buona Immacolata.

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Poggio al Bosco, dalle Murge l’espressione della sapidità carsica

Alberto D’Agostino, un imprenditore che ha trasformato la schiettezza in successo
Questo blog nasce per parlare di appunti di degustazione. Quest’oggi farò un’eccezione; una piacevole digressione su un imprenditore che costruisce il suo successo con la sua schiettezza. Per lui, il motto è “Amor con amor si paga”.
Conosco Alberto in un pomeriggio di piena estate. Le prime battute, le chiacchiere, lo scambio di informazioni reciproche, la descrizione dei nostri rispettivi progetti. Ciò che emerge è la schiettezza. Lui è fuori dagli schemi convenzionali; è un’anticonformista che sa esprimere il concetto in brevi passi che arrivano dritti al cuore. E’ questo che ci rende simili. Lui non abbassa la testa di fronte a nessuno. Lui non accetta il compromesso frutto dell’inganno, lui mira ad eccellere con sincera professionalità; altrimenti mi dice, meglio stare a casa. Dopo una lunga chiacchierata in cui più volte gli argini del discorso sono stati piacevolmente accarezzati dalle parole che hanno tutta l’essenza di chi conosce i meccanismi del mondo vitivinicolo, egli mi confida che vuole partecipare al nostro progetto. Io, lusingato, accetto di buon grado la collaborazione.
Il vino si prensenta di un colore molto profondo. Un giallo dorato che, in qualsiasi modo, non riesce a nascondere la sua brillantezza. La bottiglia è del 2016. Un uvaggio di greco e malvasia. L’aromaticità del secondo vitigno esalta l’olfatto, anche dei commensali meno sensibili. Questo vino sembra un polmone verde, erbaceo, aromatico, sapido. Si avvertono le sensazioni tipiche della terra carsica. Al gusto, lungo, si accompagna un piatto di crudo di mare. Vongole, cozze tarantine, ostriche, sono sgominate dalle acidità e dalla sapidità accurata ed equilibrata di questo vino. Ottima struttura e finale accattivante con un ritorno di erbe aromatiche meraviglioso.
Un vino conformista per un imprenditore anticonformista.
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Kantharos, dove bere il vino buono

Nel cognome il destino della professione
Angelo D’Uva ha il cognome che segna i suo destino come vignaiolo. Siamo a Larino (CB), in una fattoria didattica famosa nel circondario che produce ottimi vini da vitigni autoctoni. Il Molise, da qualche anno, sta producendo degli ottimi vini anche frutto della politica di valorizzazione dei vitigni autoctoni che già vede protagoniste alcune regioni d’Italia.
Il territorio principale del popolo Frentano è una terra di elezione vitivinicola. L’altitudine intorno ai 400 m s.l.m. è l’ideale per le coltivazioni di vigneti. La Terra degli Osci, antico popolo italico, è stata per anni luogo di scontri aspri che hanno accompagnato questo territorio nel corso dei secoli fino a giorni nostri.
Kantharos, dal greco ‘coppa’, era molto utile per bere il vino. Diverse versioni sono state costruite in varie epoche storiche, ciononostante tutte utili ad enfatizzare i sapori e i profumi dei vini in degustazione.
Al pari dei nostri progenitori, anche noi abbiamo aperto una bottiglia di Kantharos, un trebbiano del Molise in uvaggio con la malvasia bianca. Gli aromi sono quelli tipici di vitigni che sprigionano sentori di salvia, rosa, muschio, aromi derivanti dai terpeni contenuti nelle bucce della malvasia; mentre per il trebbiano, vitigno neutro, avanzano degli aromi più fruttati e floreali nella fase gustativa. L’uvaggio consente un arricchimento speciale per il degustatore: sentori di frutta a polpa gialla si mescolano intensamente all’aromaticità della malvasia.
La bottiglia in degustazione è del 2016. Il vino non è stato stabilizzato ma affinato qualche mese in bottiglia a temperatura di cantina. Ciononostante il vino è limpido, tanto da lasciarci abbastanza sorpresi in degustazione. La beva è piacevole, specie nella stagione più calda. Abbiamo abbinato il vino ad un aperitivo di pesce con qualche salsa per aromatizzare il cibo. Kantharos è un vino meritevole di successo.
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