Se tutto valesse un Centesimino…

Nel periodo post- bellico un Centesimino fece la differenza
La seconda guerra mondiale ha lasciato un ambiente privo di speranze, di sogni, di ambizioni per tutte le popolazioni locali. L’Italia, fra tutti, era un Paese dilaniato dalle frustrazioni tipiche di periodo cruento come quello bellico. Un periodo unico nella storia, impareggiabile nel dolore, nella tristezza, nella consapevolezza che tutto ciò che era stato costruito, ora era perduto. Ogni storia personale è un romanzo. Ogni aneddoto, un capitolo di vita vissuta appartenente al passato ma che ha segnato il destino di popoli per decenni. Finchè il ricordo, anche espressione degli anziani viventi, sarà fulgido, allora lo scongiurare di eventi simili sarà sempre forte e resistente. La ricostruzione fu dura. Ognuno, nel proprio ambito, lavorativo, personale, affettivo, dovette ripartire.
Il popolo faentino, uomini e donne dell’entroterra romagnolo, ripartirono, nell’ambito vitivinicolo, da un vitigno autoctono minore, il Centesimino. Uve che danno mosti e vini beverini. La caratteristica è il loro tenore zuccherino. A prima beva il vino si presenta abboccato. La roteazione del vino nel calice è quasi di consistenza piena. Il glicerolo determina un fantastico mix insieme con gli zuccheri residui.
Al naso, il vino si presenta con dei sentori di viole e rose rosse molto corposi. Al gusto, una giudiziosa persistenza insieme con lo zucchero residuo che esalta il palato, specialmente se accompagnato ad un brasato di carne con salse barbecue; oppure dei formaggi locali mediamente stagionati dei colli di Faenza. Inoltre, si avverte la presenza di una confettura di frutti di bosco appena raccolti. La loro freschezza esalta ancora di più la bevibilità di un vino che è stato riscoperto in un periodo storico infausto per il nostro Paese; tuttavia, un Centesimino può fare la differenza.
Vini
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