Un intreccio di sapori e profumi del collio friulano

L’ecosistema, la vite, il vino: Forchir ed il suo traminer
Il particolare connubio fra natura ed agricoltura fu intuito anche nell’antica Roma, quando il popolo latino iniziò a costruire i primi stanziamenti urbani. Qui l’ecosistema si intreccia con le abitudini degli uomini fino alle epoche più tarde della storia di Italia. Il fiume Tagliamento che separa le colline del famoso Collio vitivinicolo, crea degli intrecci fra i canali naturali creati col tempo, fino a tuffarsi nel mare Adriatico.
In questo ambito ecosistema nasce l’azienda Forchir, i cui proprietari hanno una vocazione enologica ben radicata sia per le tradizioni friulane, sia per il progetto che legherà la storia al prossimo futuro enologico di questo territorio.
Casa Bianchini è l’emblema di una crescita familiare e professionale che unisce il territorio alla vocazione agricola principale del collio. Le radici di famiglia affondano su un terreno fertile e creano basi solide per la trasformazione di idee imprenditoriali vincenti.
Il vino in degustazione nasce da un vitigno aromatico, il traminer. L’ampiezza olfattiva è strepitosa, soprattutto se abbinata ad un piatto di crostacei o molluschi anche crudi. Profumi esotici, lunghi, intensi, lasciano ampio spazio ad una aromaticità complessa. In bocca lunghe sensazioni tattili si affacciano su una sapidità particolarmente biricchina. L’equilibrio è incentrato su freschezza e sapidità. Un vino da consumare giovane, con un buon equilibrio finale.
Questo vino unisce il mare alle colline limitrofe della campagna di Camino al Tagliamento. Un connubio sincero, schietto e amalgamato che lascia una splendida traccia all’enoturista di passaggio.
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Deserto, nuova nascita, nuova vita

De Serere, Verdicchio dei Castelli di Jesi
Il deserto è un luogo desolato, spopolato, disabitato. In latino desertum deriva dal verbo deserere che significa abbandonare. Deserere, a sua volta, è composto da de, con valore negativo, e serere (legare) quindi non più legato.
La perdita di un legame non ha necessariamente un’accezione negativa. Può essere, per inciso, considerato anche come una perdita di un contatto. Il bimbo che inizia a camminare, non avrà più bisogno del contatto con il suo genitore per stare in piedi. La farfalla che lascia il suo baco è l’esempio del “deserere” dall’accezione positiva e dall’enfasi di “nuova nascita” che vorremmo far rimanere impresso nella mente del lettore. Inoltre ogni deserto, inteso come ecosistema, ha il suo particolare fascino: il deserto del Sahara, le sue dune; il Deserto del Mojave, i suoi nativi; il deserto di Acatama, i suoi fiori caratteristici. Insomma, la parola deserto non riconduce solamente alla desolazione; tutt’altro la sua particolarità enfatizza (quasi in termini roussoniani) trovare nuova vita, nuovo equilibrio.
L’etichetta in degustazione è la nostra nuova vita. Un verdicchio dei Castelli di Jesi classico superiore del 2016. Il verdicchio è il vitigno più rappresentativo della Regione Marche. Un vitigno che ha delle caratteristiche inconfondibili che, come nelle cantine che fanno il vino dall’uva, riesce a dare dei risultati ottimi ma variabili da bottiglia a bottiglia. Mineralità sapidità, una leggera punta salina sono le caratteristiche principali che emergono dalla degustazione di un’etichetta dell’azienda di famiglia Socci. La caratteristica che vogliamo anche evidenziare è la presenza del tappo di vetro (già descritto in altre degustazioni – ndr).
Benchè il famigerato vitigno sia il principe incontrastato di queste terre, esso non ha la spocchia tipica degli ambienti nobiliari. Il vino che da esso ne deriva è un vino della famiglia. Ed è proprio questo il senso che Pierluigi ha voluto trasmettere al consumatore. Il vino è prodotto da una famiglia di vignaioli per le nostre famiglie. E’ un vino versatile, “alla mano”, proprio come la famiglia Socci, inconfondibile, pratica ed essenziale.
http://www.verdicchio.it/it/vini/deserto.html
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Una stella che brilla di luce propria

La magia, l’accoglienza, l’unione: casa Volpone.
Il luccichìo negli occhi di una famiglia cresciuta in Capitanata ha il sapore della magia, quasi del mistero. Ci sembra un incantesimo, eppure la famiglia Volpone dona a questo territorio una luce particolare; un luce naturale di vita propria. Domenico (per tutti Mimmo), con la moglie e i suoi cinque figli (ognuno con le sue ambizioni ed inclinazioni) lavorano quotidianamente alla composizione di un puzzle che ritrae il paesaggio più bello delle colline daune.
L’etichetta in degustazione è una falanghina. Vitigno autoctono del meridione di Italia (Campania), ha trovato un ottimo habitat anche nella bassa Capitanata. Buona acidità e freschezza sono elementi fondamentali per un abbinamento con una pietanza di pesce o qualche formaggio fresco o canestrato. Il ventaglio olfattivo regala sensazioni prevalentemente fruttate. Con queste giornate di canicola estiva, la beva è piacevole, soprattutto se rispetta i canoni della temperatura di servizio. La coltivazione di quest’uva nel vicino entroterra foggiano, regala delle sensazioni gusto-olfattive mediamente persistenti, tipiche del vitigno falanghina.
Questa famiglia è una fucina di idee; ognuno dei componenti dona quotidianamente il suo contributo. Un alone di mistero li avvolge. Ed è lo stesso mistero che lasciamo al lettore che seguirà le nostre future degustazioni; solo seguendoci conoscerete i futuri sviluppi dei progetti della famiglia Volpone.
http://www.cantinavolpone.com/falanghina/
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I valori di famiglia: l’essenza di Donalìa

La famiglia Calia di Poderi delle Mura: ritorno alle tradizioni
Vito Calia è un uomo passionale. Poderoso ed energico, una sera d’estate, ci racconta la sua storia. Siamo alle porte di Altamura, terreni calcarei, altitudini perfette per la coltivazione della vite. Vito ripercorre i passi della sua vita, lunga e articolata, in un vortice di ricordi che partono dai riposini pomeridiani all’ombra dei pampini del suo primitivo, fino agli ultimi anni quando si occupava di mercato immobiliare prima che la crisi del settore annientasse ogni gloria.
Oggi Vito è una persona diversa. E’ un uomo consapevole che si vive solo una volta; che è necessario perseguire ed inseguire i propri sogni. All’epoca era un ragazzo, ciononostante lavorava duramente ogni giorno con la sua famiglia. Ripercorre quegli anni, ricordando le tante rinunce, i tanti sacrifici, gli sforzi fisici  con la commozione per i ricordi legati ai suoi genitori e la tenacia di chi ha raggiunto il suo obiettivo.
Donalìa rappresenta la felicità e la semplicità; la vittoria dei valori di una famiglia che ha sempre creduto nei sogni ed ha sempre cercato di raggiungere gli obiettivi con l’onestà, il rispetto e l’educazione: i valori di un tempo. Questo vino rosato, “arrossato” dalla commozione, dalla gioia, dalla fatica fisica, è l’emblema del vino rosato pugliese. Una macerazione leggermente più prolungata del solito delle bucce ha permesso a questo vino di avere un colore che vira su riflessi purpurei molto profondi. Un primitivo proveniente dalle Murge, dalla terra prediletta di Federico II, dove sorge l’azienda di Vito, Poderi delle Mura. Pochi ettari, tanta qualità. Fare il vino non è un lavoro per tutti. Lui è nato tra quei filari; tra le ombre dei pampini egli, da ragazzo, posava le stanche membra nella pausa pranzo, quando con la famiglia si condivideva tutto; quando la famiglia era l’esempio dei valori che Vito a trasmesso al suo vino.
http://www.poderidellemura.it/
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