L’esperienza sensoriale di un vitigno autoctono d’Abruzzo

Secolo IX, dai paesaggi acuti dei monti abruzzesi, al litorale adriatico.

Simbiosi con la terra, acqua, sole, ed il rapporto tra natura e uomo sono i principali valori di un’azienda che nasce nei paraggi dell’Abbazia di San Clemente, che attorno all’anno 900 d.c. controllava tutto il territorio. Un’abbazia che rappresentava l’identità di un territorio e l’identità degli abitanti di quella zona sin dall’epoca di Ludovico II, pronipote di Carlo Magno. Proprio da queste terre, nascono e crescono vitigni autoctoni che abbiamo il piacere di sponsorizzare. Un lavoro fatto di dedizione da parte di un vignaiolo che ama i valori e le tradizioni abruzzesi. Oggi partiamo con un vitigno emblema del panorama ampelografico abruzzese: il Montepulciano di Abruzzo.
Questo vino conserva l’amore per la propria terra nella bottiglia. Un vino impetuoso nell’olfatto e nel gusto, riempe di emozioni il degustatore. Ogni singola goccia che pervade il nostro palato si impossessa delle nostre sensazioni. Il fruttato è singolare, con punte amaricanti del frutto appena sovramaturo di prugna o ciliegia. Un lieve sottobosco preannuncia un flebile speziatura. Morbido con un’acidità frivola e leggera, si spande al palato con persistenza. Un sorso non basta a lenire la voglia di essere sommersi da sensazioni piacevoli, dal senso di appartenenza ai valori di casa, ai sentimenti della famiglia e dalla profondità di radici che vogliono trasmettere l’amore verso il futuro. Il finale speziato abbraccia ogni singola sensazione retro-olfattiva; un floreale maturo sazia il palato con un austero finale di viole, rose rosse, iris.
L’Abruzzo dà i natali ad un’azienda importante, che lavora con dedizione e passione, ma soprattutto riesce a trasmettere sentimenti ed empatia alle nuove generazioni; valori che il mondo del lavoro spesso dimentica inesorabilmente.
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Lagena, Tintilia autoctono molisano

Alla scoperta del vitigno autoctono, Tintilia
Il Molise è una Regione che, sia per le dimensioni raccolte, sia per la sua autenticità, conserva un patrimonio autoctono molto variegato e ricco. Aldilà delle mere discussioni enoiche, la sua identità ha dei confini ben precisi che si differenziano dal classico aneddoto sul suo riconoscimento amministrativo e costituzionale del 1963.
Già prima di allora, nella sua menzione storica, il territorio era denominato come l’attuale Regione. Perciò, in maniera intrinseca, riconosciuto a tutti gli effetti. E’ un territorio ecclettico, sia per le sue caratteristiche geografiche, sia per le risultanze economiche che dalla sua morfologia ne derivano; qui il mare e la montagna sono distanti circa 80 km. Queste sono le mete ambite da turisti stranieri ed italiani, al riparo dalla vita frenetica della città. Il Molise riserva un ambiente con bassa antropizzazione, un’ecosistema equilibrato e, come tutte le regioni di Italia, ottimo cibo.
Lagena è l’etichetta della nostra azienda Cantine D’Uva. E’ un vino prodotto da uve di tintilia, tipico del territorio molisano. La tintilia rappresenta la vera impronta molisana nella produzione vitivinicola. Un vitigno rustico, che sprigiona dei colori profondi che ha richiato di scomparire dal patrimonio ampelografico italiano. Grazie alla cantina del sig. D’Uva ed ai suoi colleghi vigniaioli, questo vitigno è stato riscoperto e dona a noi amanti del vino un’occasione di apprezzare questo territorio meraviglisoo: il Molise.
All’olfatto, il calice sprigiona dei piacevoli sentori di frutta rossa matura. Amaren, ciliegia, mora, prugna, fiori con intense note che ricordano le viole, le peonie. Qualche velata speziatura per un vino dal colore rosso rubino particolarmente intenso. In bocca, risulta essere abbastanza morbido, con qualche velato sprazzo di freschezzae di astringenza molto piacevole.
In abbinamento abbiamo scelto della carne con un sugo rosso leggermente speziata con pepe nero: una braciola di maiale ripiena di un pecorino semistagionato prodotto per l’occasione di questa preparazione culinaria.
Una piacevole giornata, una succulenta cena con un vino emblema della cultura enologica della Regione Molise.

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Duodecim, il numero per antonomasia

“Duodecim” nella storia della numerologia
Che l’uomo abbia cercato nel corso della storia delle spiegazioni della realtà attraverso i numeri è cosa ben nota. Filosofi, artisti, scienziati, scrittori, registi, matematici, astronomi e astrologi hanno immortalato i numeri arabi cercando di estrinsecare da essi un significato. Duodecim (dal latino Dodici) è un numero alquanto ricorrente in tutte le discipline umanistiche e scientifiche. Qui di seguito solo alcuni esempi: i mesi, gli apostoli, i semitoni di un’ottava in musica, le tavole del diritto romano, gli Dei greci, il numero dei Titani, i paladini di Carlo Magno e i cavalieri della tavola rotonda, i figli di Giacobbe, le tribù di Israele, il ritrovamento di Gesù al Tempio (aveva 12 anni). Insomma tutti gli esempi precedenti (e tanti altri ancora) hanno a che fare con il numero 12.
Duodecim per noi enofili è un vino (dodici ore di macerazione delle bucce). Un vino rosato ottenuto in purezza da uve negramaro. La cantina di Romaldo Greco si trova nell’area salentina del comune di Seclì (LE). Il vino ha il colore tipico del vitigno autoctono pugliese; un rosa carico evidentemente chiaretto, frutto di una macerazione, appunto di 12 ore (duodecim). Le note di melograno e lampone sono evidenti.
Servito come aperitivo è l’ideale per una serata di convivialità. Tuttavia, abbiamo abbinato il vino ad un primo di pesce (tonnarelli con sugo di sgombro) cercando di forzare un po’ la natura vispa del vitigno: acidità e la velata morbidezza hanno assecondato degnamente la contrapposizione gustativa.
www.romaldogreco.it
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Marasco Archetipo, antico autoctono di Puglia

Maresco come il mito di Atlantide
Platone spiegava le sue idee politiche facendo riferimento ad una leggendaria isola, Atlantide, sprofondata per opera degli Dei negli abissi. Il suo popolo era arcigno e guerrafondaio. La sua collocazione fisica era strategica: al centro dell’Oceano Atlantico.

La valle d’Itria, zona fertile alluvionale, un tempo bacino idrico imponente, sembra abbia dato i natali a questo inconsueto e raro vitigno. Il Maresco come Atlantide fa la sua comparsa qui per discernere sui fasti vitivinicoli di questo territorio. Questa zona, crocevia dei più importanti vignaioli dei secoli scorsi, ha rivalutato il vitigno. Sono ancora poche le aziende che lo vinificano e, rare, quelle che lo fanno in purezza.
Il Brut nature in degustazione è ottenuto con rifermentazione in autoclave e affinamento in vasche di acciaio. Per le sue caratteristiche il vitigno conferisce al vino una acidità penetrante e pungente. Questa caratteristica di pungenza dona al vino una curiosa speziatura.
Abbiamo abbinato il vino ad una preparazione di polpo consumato come antipasto. La sua freschezza quasi “piccante” riesce a dare un tocco di giovanile a questo antico vitigno. Atlantide e Maresco hanno qualcosa in comune: il loro mito racconta la storia di una terra che fu, con un semplice pretesto, crocevia di accadimenti storici. Oggi, come allora, il ritorno al passato vitivinicolo, è oggetto di ampie discussioni di settore.
http://www.larchetipo.it/it/
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Kantharos, dove bere il vino buono

Nel cognome il destino della professione
Angelo D’Uva ha il cognome che segna i suo destino come vignaiolo. Siamo a Larino (CB), in una fattoria didattica famosa nel circondario che produce ottimi vini da vitigni autoctoni. Il Molise, da qualche anno, sta producendo degli ottimi vini anche frutto della politica di valorizzazione dei vitigni autoctoni che già vede protagoniste alcune regioni d’Italia.
Il territorio principale del popolo Frentano è una terra di elezione vitivinicola. L’altitudine intorno ai 400 m s.l.m. è l’ideale per le coltivazioni di vigneti. La Terra degli Osci, antico popolo italico, è stata per anni luogo di scontri aspri che hanno accompagnato questo territorio nel corso dei secoli fino a giorni nostri.
Kantharos, dal greco ‘coppa’, era molto utile per bere il vino. Diverse versioni sono state costruite in varie epoche storiche, ciononostante tutte utili ad enfatizzare i sapori e i profumi dei vini in degustazione.
Al pari dei nostri progenitori, anche noi abbiamo aperto una bottiglia di Kantharos, un trebbiano del Molise in uvaggio con la malvasia bianca. Gli aromi sono quelli tipici di vitigni che sprigionano sentori di salvia, rosa, muschio, aromi derivanti dai terpeni contenuti nelle bucce della malvasia; mentre per il trebbiano, vitigno neutro, avanzano degli aromi più fruttati e floreali nella fase gustativa. L’uvaggio consente un arricchimento speciale per il degustatore: sentori di frutta a polpa gialla si mescolano intensamente all’aromaticità della malvasia.
La bottiglia in degustazione è del 2016. Il vino non è stato stabilizzato ma affinato qualche mese in bottiglia a temperatura di cantina. Ciononostante il vino è limpido, tanto da lasciarci abbastanza sorpresi in degustazione. La beva è piacevole, specie nella stagione più calda. Abbiamo abbinato il vino ad un aperitivo di pesce con qualche salsa per aromatizzare il cibo. Kantharos è un vino meritevole di successo.
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